Tassare le rendite è liberale? Giavazzi dice di sì

Per fornire uno choc positivo alla ripresa italiana, finora anemica, la riforma fiscale diventa sempre più urgente. Almeno in linea di principio, dunque, fa bene il Cav. a porre il tema delle tasse – assieme a giustizia, federalismo e sud – in cima all’agenda del governo per la ripresa dei lavori parlamentari. Ne è convinto Francesco Giavazzi, economista ed editorialista del Corriere della Sera.
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Per fornire uno choc positivo alla ripresa italiana, finora anemica, la riforma fiscale diventa sempre più urgente. Almeno in linea di principio, dunque, fa bene il Cav. a porre il tema delle tasse – assieme a giustizia, federalismo e sud – in cima all’agenda del governo per la ripresa dei lavori parlamentari. Ne è convinto Francesco Giavazzi, economista ed editorialista del Corriere della Sera, che al Foglio non nasconde però il suo “scetticismo” sulla possibilità di vedere realizzate in concreto proposte che per ora rimangono soprattutto sulla carta. Si prenda l’idea lanciata ieri da Corrado Passera dalle colonne del quotidiano di via Solferino: “Personalmente sono favorevole anche ad aumentare la tassazione su talune rendite finanziarie”, ha detto l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo.

Inorridisce, professore? “Al contrario, questo mi sembra proprio un buon momento per un’azione del genere”, dice Giavazzi, che anzi caldeggia l’ipotesi di allineare la tassazione delle rendite finanziarie ai livelli europei, così da poter ridurre le tasse su lavoro e imprese. Si tratterebbe dunque di rivedere il regime fiscale per i redditi di capitale – secondo l’Agenzia delle entrate si tratta di interessi, utili e proventi derivati dall’impiego di un capitale (tra cui, per esempio, i dividendi azionari) – e i redditi diversi di natura finanziaria, come le plusvalenze derivanti da atti di negoziazione (i cosiddetti capital gain), da rimborso di titoli e i proventi aleatori.
“Ma la fetta principale di queste rendite, quella da cui occorre partire, è costituita dai Buoni ordinari del tesoro (Bot)”, osserva il professore della Bocconi, che sulla tempistica non ha dubbi: “A un aumento dell’aliquota, attualmente al 12,5 per cento, molti oppongono la preoccupazione che i risparmiatori potrebbero fuggire. Ma visto che i Bot adesso non rendono praticamente nulla, tassando il niente non si colpisce niente”.

Quello che conta è l’idea di fondo:
“Senza infilare oggi le mani nelle tasche delle famiglie, si metterebbe in piedi per domani un meccanismo che darà gettito non appena i tassi torneranno a salire”. Lungimiranza, però, non è sinonimo di equità: “Il fatto di aumentare l’aliquota sui Bot è sacrosanto”, replica Giavazzi: “O forse è giusto, come avviene oggi, tassare le rendite finanziarie al 12,5 per cento, mentre il lavoro – nella migliore delle ipotesi – è tassato al 30 per cento?”. Né l’editorialista del Corriere crede a quanti obiettano che tassare i titoli di stato equivarrebbe a colpire doppiamente i risparmi frutto del lavoro, di per sé già tassato: “L’unica alternativa è tassare i consumi, ma questa scelta, colpendo di più i meno abbienti, sarebbe tutt’altro che progressiva”. Eppure eravamo partiti alla ricerca di una ricetta per abbassare la pressione fiscale: “Appunto, una redistribuzione del carico non è incompatibile con l’abbassamento delle tasse. A volte la prima è anzi condizione da rispettare per poter raggiungere l’obiettivo principale: diminuire in maniera strutturale i trasferimenti di ricchezza dai privati al pubblico”. La domanda da porsi, insomma, è un’altra: cos’è che fa produrre meno reddito al paese, l’aliquota sui Bot o quella sul lavoro? “Alleggerire il fardello fiscale sugli occupati ha un effetto sull’offerta decisamente più robusto. In particolare se gli sgravi sono mirati per le donne, che già oggi hanno un tasso di occupazione inferiore a quello degli uomini”.

Allineare il sistema agli standard internazionali non vuol dire soltanto, secondo l’economista, abbandonare un’aliquota troppo contenuta: “Si tratta poi di scegliere tra due modelli: meglio un’aliquota fissa per i Bot, magari al 20 per cento, oppure facciamo come gli Stati Uniti e ammettiamo le rendite finanziarie nell’Irpef, tassandole come gli altri redditi? Visto che oggi i titoli pubblici non sono nemmeno nominativi, considerandoli nell’Irpef automaticamente lo diverrebbero”. Non solo: secondo Giavazzi in questo modo si limiterebbe ulteriormente l’eventuale contraccolpo per i piccolissimi risparmiatori: “Sono sicuro che ci sono molti pensionati con un reddito così basso da essere praticamente esentati dalle tasse ma comunque costretti a pagare il 12 per cento sui loro risparmi reinvestiti. Se ci fosse la sola Irpef cui pensare, finirebbero per pagare meno”. Poi per un attimo si incrina pure lo scetticismo del bocconiano che non crede troppo alle potenzialità riformatrici del governo: “In un momento in cui il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sta facendo tanti sforzi per far emergere la ricchezza sommersa, egli non può non porsi il problema di questa fonte di ricchezza che è completamente sottratta al fisco”. A maggior ragione se oggi, secondo Giavazzi, tassare i Bot sarebbe talmente indolore da risultare, al limite, “politicamente trendy”.